Il “re” delle scommesse on line in affari coi boss. Blitz della squadra mobile, 31 arresti

Cronaca In Primo Piano Sicilia

Cosa nostra ha già intrapreso una svolta imprenditoriale nel settore delle scommesse. Grazie a un insospettabile manager. Questa mattina, poliziotti dello Sco e della squadra mobile di Palermo hanno arrestato Benedetto Ninì Bacchi: il “re” siciliano del gioco on line è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Con lui sono finite in manette altre 30 persone, tutte accusate di aver costituito una rete di affari al servizio delle cosche. I reati contestati vanno dall’associazione mafiosa al riciclaggio, al trasferimento fraudolento di valori, alla truffa ai danni dello Stato. L’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia diretta da Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Salvatore De Luca è riuscita ad entrare nei segreti finanziari dei clan. I boss hanno fatto il salto di qualità: non più solo la gestione di singole agenzie, ma un accordo con l’insospettabile imprenditore che curava alcuni fra i più noti circuiti di scommesse. Il patto con la mafia avrebbe portato a Bacchi il monopolio nel settore, attraverso la gestione di 700 agenzie in tutta Italia – agenzie abusive – e a un giro d’affari di un milione di euro al mese. Parte degli introiti, fra i 300 e gli 800 mila euro all’anno, veniva poi distribuita all’organizzazione mafiosa.
 
I sostituti procuratori Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise si sono imbattuti in Bacchi indagando sul clan di Partinico. E in particolare sul “cassiere” della famiglia, quel Francesco Nania – figlio e nipote di illustri mafiosi – che ha sempre viaggiato parecchio fra la Sicilia e gli Stati Uniti. E proprio negli States, a Newark (New Jersey) venne arrestato dall’Fbi nel 2008, dopo tre anni di latitanza, in esecuzione di un ordine di arresto della procura di Palermo. I pentiti dicono di lui che è un vero mago negli affari: nel 1994 venne fermato in Austria per aver tentato di utilizzare banconote italiane contraffatte, qualche anno dopo era già in campo per investire i soldi delle estorsioni riscosse dal clan.
 
Ora, l’inchiesta della squadra mobile guidata da Rodolfo Ruperti ha scoperto che Nania, diventato capo della famiglia di Partinico, sarebbe stato il principale socio occulto di Bacchi. E questo patto avrebbe aperto al “re” delle scommesse on line il dialogo con diverse famiglie mafiose palermitane.
 
Intanto, il clan di Partinico investiva anche in altri affari, con la complicità di un insospettabile commercialista campano, Michele De Vivo, pure lui è stato arrestato. Nania aveva organizzato un fiorente import-export di prodotti alimentari con gli Stati Uniti. La procura ha fatto scattare il sequestro di società e beni immobili per diversi milioni di euro. Sigilli anche a 40 agenzie di scommesse sparse per l’Italia, di proprietà di Bacchi.

Salvo Palazzolo

 

Aggiornamenti

 

Più di trenta misure cautelari, di cui la stragrande maggioranza in carcere o agli arresti domiciliari. Più di quaranta agenzie sequestrate. Accuse di mafia e riciclaggio. C’è tutto questo nell’inchiesta della Procura di Palermo che coinvolge Benedetto Bacchi, uno dei nomi più noti del settore del gioco in Sicilia e nel resto di Italia.

 I poliziotti della Squadra Mobile, diretta da Rodolfo Ruperti, lo hanno arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.Secondo i pubblici ministeri, Bacchi incarnerebbe la figura dell’imprenditore “mafioso colluso”. Partendo da Partinico, paese dove ha la residenza, avrebbe creato un impero siglando un patto con i boss. Pagava profumatamente i clan mafiosi di tutti i mandamenti di Palermo e in cambio avrebbe ricevuto protezione e appoggio per creare un monopolio nel settore delle scommesse.

Grazie alla presenza di un socio di peso, il mafioso partinicese Francesco Nania, Bacchi avrebbe trovato terreno fertile fra le famiglie palermitane che facevano a gara per entrare in affari con lui. Non solo scommesse sportive on line, anche siti di casinò gestiti da società con sede all’estero. Un circuito parallelo che sfugge al controllo dello Stato, composto da siti e 700 agenzie sparse su tutto il territorio nazionale con guadagni che superano il milione di euro al mese. La parte delle famiglie mafiose variava tra 300 e 800 mila euro all’anno.

Sergio Macaluso, oggi pentito, e Filippo Bonanno, arrestati a dicembre con l’accusa di avere fatto parte del mandamento di Resuttana, lo chiamavano “Nini’”. Avevano in programma di “farlo entrare a Resuttana”. Bacchi gli aveva proposto di aprire un “pannello” per le agenzie già esistenti sul territorio di Resuttana. Ed ecco il cuore della questione: con il potere intimidatorio di Cosa Nostra era facile convincere i titolari dei centri scommesse ad affiliarsi ai marchi di Bacchi. Bonanno mal digeriva, però, gli accordi fissati dall’imprenditore: “… lui ve nelle agenzie e ci dice qua s… il trucco sai qual è ?… qua farci trovare il 20% di gioco e l’80 % va tutto a me… e tu vai a trovare le bucce”. Nel solo territorio di Resuttana “ha 18 agenzie”, diceva Macaluso.

Bacchi poteva fare la voce grossa e imporre le condizioni dell’accordo. A conti fatti ai mafiosi di Resuttana , però restava una bella somma: “… le bucce devono almeno essere due, tre mila, quattro mila euro al mese, questo si parla”.

E poi c’erano le agenzie aperte direttamente dai mafiosi o dai loro parenti e le macchinette video poker piazzate in ogni bar della città. Il mondo delle scommesse e dei giochi online è ormai una gigantesca lavatrice di denaro sporco. I soldi ripuliti sono stati poi investiti in tante altre attività apparentemente lecite. In ogni inchiesta per mafia degli ultimi anni è emerso l’interesse del singolo mafioso per una o più agenzie di scommesse. Il lavoro del procuratore Francesco Lo Voi, dell’aggiunto Salvatore De Luca e dei sostituiti Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Roberto Tartaglia arriva al cuore del sistema. Dietro la stragrande maggioranza degli affari ci sarebbe la figura di Bacchi, in grado di sfruttare canali privilegiati e connivenze nella pubblica amministrazione, grazie all’aiuto di alcuni professionisti.

Dalle indagini è anche emerso che i mafiosi di Partinico, con la complicità di un commercialista campano, Michele De Vivo, avevano organizzato un import-export di prodotti alimentari con gli Stati Uniti. Da qui il sequestro di alcune società che valgono milioni di euro.  

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